NASRUDIN – Babbucce in prestito

Nasrudin stava facendo una passeggiata serale, quando inciampò in un uomo sdraiato nell’erba, ubriaco.
Cadendoci sopra, riconobbe nell’ubriacone nient’altri che il giudice, un
uomo famoso per pronunciare dure condanne per le offese morali.
Vedendo che il giudice era privo i sensi, Nasrudin gli sfilò le babbucce ricamate e la giacca, e proseguì per la sua strada.
Solo mentre caracollava verso casa il giorno seguente, il giudice si accorse di essere stato derubato. Livido per l’ira, mandò la polizia a perquisire ogni casa fino a che non venisse trovato il colpevole.
Non passò molto tempo prima che Nasrudin venisse trascinato in tribunale.
“Dove hai preso quelle babbucce e quella giacca?” chiese il giudice.
“Le ho prese in prestito la scorsa notte da un ubriaco che ho trovato riverso in un fosso,” rispose il Mullah. “Da allora cerco di restituirle, ma non conosco l’identità dell’uomo. Non è che per caso tu lo conosci?”
“Certo che no!” rispose il giudice, accorgendosi che ogni altra risposta gli avrebbe rovinato la reputazione.
“Caso archiviato.”

NASRUDIN – Un umile scopo

Nel villaggio di Nasrudin vivevano diversi giovani delinquenti. Un giorno il Mullah stava passando accanto a una banda di questi giovinastri quando il loro capo scagliò una pietra al suo asino.
Invece di punire il ragazzo, Nasrudin lo chiamò a sé e gli diede un tortino di carne.
“Cos’è questa roba?” ghignò il giovinastro, afferrando e divorando il tortino. “Stai cercando di addolcirmi con la gentilezza?”
“Niente affatto,” rispose il Mullah, “volevo solo fare la pace, vedendo che hai preso di mira solo il mio umile asino. Un malfattore del tuo calibro può ambire a un bersaglio molto più nobile.”
Volendo fare il gradasso di fronte ai suoi amici, il ragazzo si guardò intorno cercando un bersaglio più impegnativo.
In quel momento passava il sindaco a cavallo su un elegante
stallone. Subito il giovane raccolse il sasso più grosso che poteva trovare e lo lanciò al cavallo, che arretrò di colpo disarcionando il suo autorevole cavaliere.
Il sindaco adirato chiamò immediatamente le sue guardie del corpo e fece portare via il giovane lestofante, facendogli dare delle sonore bastonate.

LE PORTE DEL PARADISO – racconto sufi

C’era una volta un uomo buono che aveva passato tutta la sua vita a coltivare le qualità raccomandate a coloro che vogliono guadagnarsi il paradiso. Egli era molto generoso con i poveri, amava e serviva i suoi simili. Ricordandosi della necessità di avere pazienza, aveva sopportato molte prove dolorose e imprevedibili, spesso per altruismo. Aveva viaggiato alla ricerca della conoscenza. La sua umiltà e il suo comportamento erano talmente esemplari che la sua reputazione di saggio e di buon cittadino si era diffusa ai quattro angoli della terra.
Egli esercitava effettivamente tutte queste qualità, ogni volta che se ne ricordava.
Tuttavia, aveva un difetto: la disattenzione.
Questa tendenza non era molto marcata in lui ed egli si diceva che, ‘in confronto a tutte le sue virtù, poteva tutt’al più essere considerata un piccolo difetto. C’erano dei poveri che trascurava di aiutare perché, di tanto in tanto, era insensibile ai loro bisogni. Anche l’amore e il servizio venivano talvolta dimenticati, quando sorgevano in lui quelli che considerava bisogni personali o, perlomeno, desideri.
Egli amava molto dormire, e quando era addormentato gli capitava di perdere delle occasioni – occasioni di cercare la conoscenza o di assimilarla, di praticare la vera umiltà, di accrescere il numero delle sue buone azioni – e queste occasioni passavano e non si ripresentavano più.
Sia le qualità che aveva esercitato, sia la caratteristica della disattenzione, lasciarono la loro impronta sulla sua essenza.
Alla fine egli morì. Quando si ritrovò nell’aldilà, sulla strada che conduce alle porte del Giardino Cintato, l’uomo si fermò un istante per esaminare la sua coscienza e concluse che aveva sufficienti probabilità di varcare le porte del paradiso.
Tuttavia, vide che le porte erano chiuse. Fu allora che una voce tuonò: “Sta’ attento, perché le porte si aprono solo una volta ogni cento anni”. Allora si sedette per aspettare, tutto eccitato da quella prospettiva, ma non avendo più occasione di esercitare le sue virtù per il bene dell’umanità, si accorse che la sua capacità di attenzione era insufficiente. Dopo aver vegliato per un tempo che gli sembrò un secolo, la testa gli cominciò a ciondolare sotto l’effetto del sonno. Le sue pupille si chiusero per un istante.
E fu proprio in quell’attimo fuggente che le porte si spalancarono. Prima ancora che i suoi occhi si fossero completamente riaperti, le porte si richiusero con un frastuono tale da risvegliare i morti.

NASRUDIN – Fortuna e sfortuna

Nasrudin trova un sacchetto di monete, le tiene con sé e alla prima occasione ne compra un cavallo e in più una bellissima sella. Tutti quelli che lo incontrano lo salutano con reverenza e qualcuno lo saluta con “uomo fortunato, beato te”. Ad un certo punto il cavallo si imbizzarrisce e scaraventando Nasrudin per terra scappa.
Nasrudin così ha una gamba rotta ed è senza cavallo e senza sella, in più nessuno pare volerlo salutare.

Un giovane gentile e buono però si ferma per soccorrerlo appena lo vede e chiede al Mulla dell’accaduto.

“Vedi”, – gli dice Nasrudin, – “la fortuna e la sfortuna sono punti di vista. Un’ora fa ero fortunato ad avere un cavallo e una sella, poi a causa dello stesso cavallo ero in disgrazia e impedito e ora grazie a quel cavallo ti ho conosciuto”.